Maurizio Marotta

MATRIOŠKA

Non c'è niente al di là della finestra socchiusa, e oltre l'albero stretto da un filo di ferro per appendere i panni. Ma in alto c'è un grigio più avanti già bianco e un piccolo mucchio, celeste.
Nient'altro nella giornata, vuota di un desiderio che fosse uno! Neanche la voglia di un frutto, un acino per la bocca, un grammo di qualunque cosa.
Immagini vanno e vengono e queste sono le note. Ora, a pensarci, può sembrare impossibile o scemo, ma di giornate così proprio tante. Matrioške non hanno che dire, s'infilano e basta, sparite: ho lo stomaco gonfio del mio. Sono io da qui dentro che voglio riuscire a vedermi.
Le Matrioške sono bambole russe, calendari e orologi quaggiù.


I SEGNALI


*
Nel centro città, sulla piazza
li vedi spartiti più in alto
da un'abile fuga o serrati
subito dopo da un segno.
Insieme lontani, tardivi
cardini neri nel cielo
fuggiti dai legni verdini.

Dettati versicoli in aria
spargono grafici immensi, reclami
da loro una spinta, aiutatemi,
ma fragili in urto
si affinano e vanno...

**
Sono spariti i numeri a carbone
tracciati da un'infanzia sopra i muri
per mettere al sicuro quei punteggi
che allora tutto furono in un giorno.
E sembrarono un segnale nel futuro
guardandoli così, mentre si cresce
distratti e usciti da quel gioco.

I deboli messaggi nelle voci
scommesse nei cortili con gli oscuri
presagi del partire sono lì.
Tengono ancora ed hanno luogo.
Di più non può la scritta di chi visse
vivere incisa a un crocevia nel nome.
Molto quei gridi possono resistere
benché sia scolorito il loro suono
e al fuoco dissipando un'altra età
confusi i volti restino nel coro.


L'ASTUCCIO DEL SONNO

*
Il freddo sta negli alberi a dicembre.
Qualcosa occupa la mente, abita
una luce di notizia.
E adesso che vediamo gli altri,
gli uomini che tutti ci somigliano,
non so per strada che preoccupazione
quale sia l'ansia che abbiamo di noi
quale per essi e per la specie.

Mentre cadono sul bordo dello schermo
le gocce a righe perpendicolari
ci sembrano più deboli al dolore,
quasi dispersi e rari
gli altri non vivi, i lontani
da questi che hanno ancora il mondo
e ne sono per sembianza certi.

Distanti come gli idoli più antichi
si fanno adesso i casamenti, le carcasse,
i luoghi di passeggio per i cani,
quelli del vivere civile.
Ma i vivi prossimi ci chiederanno
perché ci siamo abbandonati
a questa prima vita che incontrammo.


**
Da dove vengono i pensieri mattutini,
che parte del mondo è questa adesso
dove si cammina e guarda tutto ciò che è emerso
dalla luce di una prima ora viva
e splende, splende nella sua statura
ogni cosa vera per sé nel suo destino..?

Cerca d'essere un po' come l'aria
oggi più mite col dolore fatto lucido e volatile
privo di ogni rancore.

Qui solo una felicità non vista o accolta male
ci può lasciare soli, in fili d'erba,
ciascuno combattendo il proprio vento.


***
Com'è che oggi è tutto così bello, a sazietà
quasi ogni cosa che vive e l'azzurro
maschile del mare...

Ecco perché proprio oggi, amore mio,
t'ho ritratto dall'astuccio del sonno
per lasciare guardare anche te,
che bella giornata e che fuoco
è dentro il sole...

 

 

NEL CIELO

*
Come d'uno che salga le scale e rifaccia
a memoria il percorso della giornata
di ciò che vive in lui frammisto:
alzarsi presto e coricarsi
col pensiero degli amori e dei danari.

Ma come sono gravi gli anni
e che paura che ci fanno gli inumani
atti scaltri di violenza
le forme di assassinii intelligenti.
E come siamo inadeguati, pure,
ad avere intorno cose e gente
che non ci può mai somigliare.

Il panorama solo ci appartiene:
è veramente l'imperfetto
di uomini e barattoli di case.

Allora è meglio che sia
come d'uno che salga le scale fischiando
e arrivato alla porta di casa la passi
se ne vada più sopra, su un alto terrazzo
a vedere cosa c'è nel cielo
e cosa manca agli uomini.

**
Nel centro città, sulla piazza
li vedi spartiti più in alto
da un'abile fuga o serrati
subito dopo da un segno.
Insieme lontani, tardivi
cardini neri nel cielo
fuggiti dai platani e i pini.

Dettati versicoli in aria
spargono grafici immensi, reclami
da loro una spinta, una vita, aiutatemi,
ma fragili in urto
si affinano e vanno...

***
Quella svagata concordia che è degli uccelli
mentre volano insieme precipiti verso
un cielo per noi non visibile, astratto;
quando guardiamo stupiti dal nostro balcone
come sanno bene non urtarsi, come
sono leggeri metalli le rondini, i passeri:
estive forme future più belle,
fossimo noi loro, fratelli
fossero nostri quei passi
alti levati alla terra delle città.

 

DUE POESIE

"Tutto ingoiano le nuove belve, tutto -
si mangiano cuore e memoria queste belve onnivore."
(Vittorio Sereni)

*
Non esser che di naufraghi
altro che amici. È per destino
nostro dei passi questo che si perde
l'andare su una rena senza calchi
e lungamente dare e tessere.

**
Sai che le luci non ti appartengono
umile intento è di far buio intorno
al clamore, silenzio.

Forse il romanzo non è che passato
e certo di oggi non sono i versi
che vantano amaro
il latte cieco d'una candela
del pianto, nell'epoca nera che è scesa.