Alessandro Trasciatti


VOCI

Matasse aggrovigliate

È cosa assai comune trovare lungo i cigli delle strade o vicino ai marciapiedi, matasse aggrovigliate di nastri magnetici. Sono sospetti. Mi hanno sempre incuriosito. Da bambini ne andavamo a caccia come si fa con i giornali porno che crescono lungo le strade asfaltate. Ma poi non avevamo la pazienza di riavvolgere questi nastri per ascoltarli. Così li ammucchiavamo in scatoloni sperando di rivenderli non si sa bene a chi.
Adesso è diverso: ogni volta che ne trovo uno lo riavvolgo con cura su una bobina e poi lo ascolto attentamente. Ne ho un armadio pieno, tutti ordinati, catalogati a seconda del soggetto. Quando ne avrò a sufficienza forse aprirò una magnetoteca pubblica. Per ora li ascolto solo io, in particolare quelli che ho sistemato sotto l'etichetta di Incomprensibili. Si
sentono delle voci eteree, interrotte da pause silenziose, dei sospiri malinconici e a volte, ma proprio di rado, dei sommessi scoppi di risa.

Numeri telefonici

Ogni tanto scopro, in fondo a tasche dimenticate, agende piene di persone rimosse dal tempo. E i loro numeri telefonici. Così, per curiosità, provo a chiamare qualcuno. Ma il numero non è più lo stesso e mi rispondono voci misteriose. Ancora peggio sarebbe se all'altro capo del filo ci fosse davvero qualche vecchia conoscenza. Cosa dire, e perché, dopo cinque, dieci, quindici anni che non ci vediamo?
L'ultima volta ho fatto il numero della mia precedente abitazione. Contrariamente al solito non era cambiato: all'altro capo del filo ho riconosciuto con certezza la mia stessa voce che mi rispondeva. Allora ho provato vergogna e non ho detto chi era.

Sentenze notturne

C'è una tribù di ragni sotto il mio letto. Si sono annidati nella polvere per crescere e moltiplicarsi secondo il biblico precetto. Sono molto religiosi e spesso, nel cuore della notte, li sento sussurrare litanie e invocazioni. Non posso dire che mi diano fastidio perché non alzano mai la voce, ma al momento di andare a letto provo un certo non so che.
Non di rado li vedo camminare sul pavimento con movimenti rapidi e decisi, escono dalla tana uno ad uno, s'incrociano, confabulano come formiche e poi tornano sotto il letto. Mi viene da pensare che stiano tramando un assalto in grande stile alla mia persona, e che le loro preghiere siano volte ad ottenere il favore di Dio in questa impresa.
Da diverse notti le loro suppliche si sono fatte più intense e frenetiche, hanno anche alzato un po' la voce. Li sento agitarsi sotto di me, senza posa. Incrociano le loro lunghe zampe, tessono nervosamente ragnatele, vanno avanti e indietro febbrilmente. Cosa stanno facendo non lo so ma è certo che sarò io a farne le spese.
Ormai sono destinato a scomparire prematuramente, come spero diranno i giornali, quelli locali almeno. Frettolosamente ho fatto testamento e ho confessato i miei peccati al parroco. Questa notte sarà l'ultima ma sono preparato ad affrontare la mia sorte, certamente dolorosa. Mi sono coricato da alcuni istanti e già le mie orecchie sono piene del lamentoso brusio dei ragni. Nonostante che questi estremi momenti siano carichi di tensione e angoscia, non riesco a non compiangere un po' anche i miei stessi carnefici: è un compito ingrato essere condannati da Dio ad eseguire sentenze notturne ed inesorabili.


MESSAGGI


Messaggi e bottiglie

Quando una nave fa naufragio c'è sempre almeno un passeggero che non pensa a salvarsi ma, chiuso nella sua cabina e ispirato dalla terribile sublimità di quei momenti estremi, si preoccupa di scrivere qualcosa che a lui e agli altri sopravviva, qualcosa d'immortale: prose sontuose, versi altamente intonati, salmi, voci d'enciclopedia. Di solito non riesce a portare a compimento la sua opera e viene repentinamente inghiottito dai flutti insieme alle sue carte.
Talvolta, invece, se l'affollamento è lento e regolare e il passeggero si limita a stendere poche righe di diario, fa in tempo a terminare il suo lavoro, ad arrotolare il plico e ad inserirlo in una bottiglia che poi chiude ermeticamente per affidarla alle onde.
La bottiglia naviga anni ed anni, risale molti fiumi, percorre più di un acquedotto finché non esce dal rubinetto di un onesto cittadino. Egli, comprendendo immediatamente di che cosa si tratta, si reca dal più vicino editore che si limita a leggere il messaggio e a pubblicarlo così come lo trova, senza aggiungere o togliere niente.
Ma spesso capita che l'inchiostro sia sbiadito del tutto o quasi, e allora nascono dispute interminabili di paleografia e filologia, si indagano i documenti con tecniche sofisticate, si tentano ricostruzioni congetturali. Quando ad avere la meglio sono i puristi - e non è raro - viene pubblicata solo la bottiglia.

Radio Silenzio

Radio Silenzio non trasmette mai niente. Eppure conta milioni di ascoltatori. Da un capo all'altro del mondo tutti tendono le orecchie sperando che, per caso, quelle misteriose frequenze si lascino sfuggire una parola, un breve suono, anche solo un lievissimo ronzio. A volte qualcuno si convince di aver udito, magari per una frazione di secondo, una vocina appena appena sussurrata. Allora telefona agli amici per chiedere conferma. Ma non è mai capitato che due persone abbiano sentito qualcosa contemporaneamente. Per questo si pensa che si tratti soltanto di allucinazioni uditive.
Le più grandi marche di sigarette e di automobili, di liquori e di elettrodomestici, di cosmetici e di generi alimentari - visti gli strabilianti indici di ascolto di Radio Silenzio - si contendono a suon di miliardi i suoi spazi pubblicitari. Molte emittenti, vedendo dimezzarsi il pubblico, sono corse ai ripari introducendo pause sempre più lunghe tra un programma e l'altro. Anche la televisione si sta adeguando alla nuova tendenza togliendo l'audio a molte trasmissioni, soprattutto i concerti di musica classica. Non è da escludere che, piano piano, si effettuino tagli anche alle immagini per avvicinarsi il più possibile allo standard radiofonico.
Negli anni venturi si tracorreranno ore di fronte a teleschermi bui e silenziosi. Si parlerà in telefoni sordomuti. Rifiorirà l'ermetismo e la pagina bianca. Anche i giornali non avranno più parole né foto. Radio Silenzio non è un'aberrazione. È soltanto un segno dei tempi.


Televisori

Al centro dell'Universo Dio ha posto la Stanza dei Televisori. È quella più nascosta, è la recondita alcova a cui si accede dopo giri tortuosi ed infiniti. Almeno mille schermi stanno accesi simultaneamente, giorno e notte, ma anche così si può avere sotto gli occhi solo una minima parte degli innumerevoli programmi cosmici.
Ci si può sprofondare in un comodo divano rotondo collocato al centro della Stanza, anch'essa rigorosamente. Si possono sorseggiare esotiche bevande che colmano calici poggiati tutt'intorno. Ci si può saziare con cibi gustosi traboccanti da vassoi d'argento. Si può fare l'amore con noi stessi fino al completo appagamento. Ci si può inebriare di immagini in bianco e nero o a colori, di telefilms intestellari o metafisici varietà domenicali. Si può addirittura arrivare a dimenticarsi di noi stessi, fino al momento cruciale dei bisogni corporali.
Dio non ha installato alcun gabinetto nella Stanza dei Televisori. E a noi mortali non è dato sapere se si tratti di una dimenticanza o, peggio, di uno scherzo.

 


CONCHIGLIA

Che il mondo sia una conchiglia è risaputo. La sua forma è la più classica, anzi stereotipata, come quella delle insegne Shell. Meno chiare sono le ragioni che hanno portato il Creatore, la Natura o il Caso ad imprimergli quest'aspetto. La conchiglia della Shell è ovviamente ad una sola faccia ma si dà per sottinteso che ne esista un'altra sempre nascosta.Pure la conchiglia del mondo è ad una sola faccia. Il nostro sguardo arriva al massimo ad abbracciarne uno spicchio di superficie che non va oltre la curvatura dell'orizzonte. Ma noi sappiamo bene che il mondo esiste anche al di là del nostro sguardo. Da quella porzione d'invisibile ci giungono telefonate, laggiù abbiamo amici, laggiù nascono fiumi di cui vediamo il corso serpeggiante nella pianura, laggiù ci rechiamo spesso per i nostri traffici quotidiani, trascinandoci dietro la nostra fetta di campo visivo, spostando di continuo la linea estrema del nostro panorama privato.
Che anche noi siamo conchiglie è pure risaputo, che siamo gusci di carne stampati a scanalature su un solo lato, il quale naturalmente ha un suo rovescio che ci sfugge, o più rovesci, infiniti rovesci che si rivelano col movimento dei bulbi oculari, a cui - di pari passo - non è concesso di abbracciare niente per intero, così che di continuo perdono il possesso visivo di ciò che per un istante hanno inquadrato.
Ma poniamo che tutto ciò non sia vero e che né noi né il mondo siamo conchiglie, ma altissime sequoie o granelli di sabbia. È chiaro che non cambierebbe niente perché avremmo sempre un recto e un verso giacché chi ci comanda è l'occhio. Allora forse è lì che si è nascosto Dio a fare e disfare senza posa, a tessere una tela che poi scuce e poi ritesse e poi riscuce. Allora è lì che può essere provata la Sua esistenza e la Sua perfetta inutilità, data la Sua ininfluenza sulle cose che tanto esistono comunque, anche se non viste. O forse esistono in virtù dell'occhio retrovisore di cui Dio è dotato, altrimenti detto onniveggenza? Ecco, questa potrebbe essere una prima provvisoria conclusione: tutto esiste perché Dio può vederlo. Ma siamo alle solite. Chi vede Dio per far sì che Lui esista? Dobbiamo ricorrere ad un Meta-Dio, un Dio al quadrato, e poi ad uno al cubo, alla quarta, all'ennesima potenza. Dio potrebbe essere nient'altro che il concetto vertiginoso d'infinito. Vertigine addomesticabile del resto, riducibile ad un simbolo matematico, un segno tracciato su un foglio a quadretti.
Ma la conchiglia allora? La conchiglia è sempre lì, forma perennemente ripetuta di fronte ai nostri occhi. Tutto è conchiglia: il mondo nel suo insieme e le sue parti, l'uomo nel suo insieme e le sue parti, ogni parte di una parte e le sue parti. La mia mano è conchiglia e conchiglia la mia unghia. Questo foglio è conchiglia, questa riga di lettere stampate. E l'odore che mi giunge dalla cucina, il suono di un bicchiere, la tua risata è conchiglia, il tuo riposo notturno, gli anni che ti servono per arrivare a me, la tua passione per l'economia aziendale e l'aria che si fa via via più fredda perché è metà novembre e non possiamo pretendere di più, nemmeno noi che penzoliamo sopra l'Africa, e tutto il resto intorno è Mar Mediterraneo. E proprio il mare, che è conchiglia, è uno scrigno di conchiglie, tutte diverse, tutte assimilabili ad un medesimo prototipo. Le raccoglievi sul bagnasciuga, sotto il filo dell'acqua. Finivano in un barattolo di vetro che tenevi sulla scrivania, collezione confusa che mostravi con orgoglio di bimba. Bastava prenderne una e accostarla all'orecchio per essere certi che il meccanismo dell'universo è un'impeccabile gioco di specchi: nella conchiglia si sentiva il mare, che ospita conchiglie e ognuna un mare, che ospita conchiglie e ognuna un mare...

 

 

POESIA PER E.

Se questo darsi non è frutto del caso,
certo lo è stato un giorno l'incontrarsi
dei nostri fili, lasciati come esche
a spenzolare, a muoversi col vento.
È questo lo sconcerto e l'allegria:
vedere come tutto è contingente
ma pure talvolta si rapprende
in storie che durano nel tempo,
in concrezioni, in forme regolari
che tu diresti frutto di una mente.