Fabrizio
Mugnaini su Le Conchiglie
Nel
settembre 1980, mentre percorrevo le scoscese scogliere di Ischia
alla ricerca di un anfratto tranquillo per poter leggere in solitudine
l’ultimo piccolo volumetto delle edizioni Sciascia, appena
acquistato, mi imbattei in un gruppo di quattro persone che dopo
scoprii essere pescatori professionisti in allenamento.
Il
cielo plumbeo, raramente illuminato da lievi raggi di sole, non
favoriva certamente il più che minimo interesse per il paesaggio
né tantomeno riusciva a dare la “carica” giusta
per essere dinamici e interessati alla lettura.
In
quel momento non trovai argomento migliore che osservare i quattro
pescatori che con i loro termini scientifici ed incomprensibili
mi avevano affascinato.
Il
primo pesce non si fece attendere molto e dopo ne seguirono a ritmo
incalzante una quantità incredibile, non avevo mai visto
in vita mia, se non con le reti, pescare tanti pesci.
La
discussione proseguiva fra la flessibilità della canna, quantità
di piombo, spessore del filo ed io immobile a seguire passo passo
tutte le operazioni, sempre meno interessato ai loro discorsi, sempre
più attratto dai pesci che cercavano di lottare con tutte
le loro forze per non essere portati a riva.
Timido
e semi balbuziente mi permisi di chiedere il tipo di esca usata,
e loro, quasi infastiditi, ero riuscito ad interrompere la loro
armonia, mi indicarono un mucchietto di colorate conchiglie.
Da
quel momento non mi interessai più alla pesca, usavano il
paguro da attaccare all’amo.
I
pesci attratti da questo cibo insolito, poco abituati al mollusco
senza casa, abboccavano ad una velocità impressionante.
Spesso
si parla di segni del destino, mi ricordai a quel punto di essere
partito dall’albergo con un libretto di poesie intitolato
“La conchiglia” di Rina Sara Virgilito che non avevo
neppure sfogliato e difficile sarebbe stato farlo in quel momento,
perché appoggiato su uno scoglio si era completamente intriso
di acqua.
In
altre occasioni mi sarei preoccupato ed il cattivo umore mi avrebbe
accompagnato fino al giorno successivo, ma in quell’occasione,
attratto dalle care conchiglie, iniziai a fantasticare, rimuginare
come se in realtà leggessi le poesie del libro appena rovinato.
Discreto
come ero arrivato, ritornai su i miei passi.
Le
conchiglie, che misteriosi elementi, che effetto strano erano riuscite
ad infondermi, che tranquillità d’animo, anche la giornata
grigia si stava via via illuminando e nonostante la poltiglia di
carta che riportai, ero tranquillo e felice.
La
sera non riuscii a prendere sonno, pensavo a quegli “oggetti
misteriosi” che sono le conchiglie. Le sognavo, piccoli contenitori
dalle mura spesse e poderose, come se nella loro disadorna solitudine
attuassero e custodissero il vivo desiderio di una libertà
assoluta che il contatto con il mondo esterno può dissipare
nei rigagnoli di una quotidianetà sbadata e chiassosa.
Pura
follia o semplice coinvolgimento notturno?
Chi
non ha mai visto il colore, le vibrazioni, la luce che emanano delle
conchiglie ammucchiate, non potrà mai capire.
Dopo
alcuni giorni, pensando ad una poesia di Murillo Mendes: “Una
volta ritornerò per salutare il regno minerale dove il disordine
è minimo”, ritornai sul luogo dove avevo lasciato i
quattro pescatori e soprattutto il mucchietto di conchiglie.
La
piccola spiaggetta appariva deserta. Il mare calmo. Che profonda
tristezza. Né un alito di vento né un rumore. La sensazione
di trovarmi di fronte alle desolate scogliere di Mons in Danimarca
e scorgere Trelleborg fu subito interrotta da uno scricchiolio amico.
Guardai in basso; mi parve di scorgere, dietro uno scoglio, alcune
conchiglie. Loro. Mi affacciai per vedere meglio. Nulla. L’impazienza
era al colmo. Aspettai, con lo sguardo sospeso, trattenendo il respiro.
Stavo per rassegnarmi quando mi sembrò di vedere attraverso
il puntuto sasso. Da una fessura intravidi loro, le conchiglie.
Sì, loro, le vecchie amiche. Non mi vedevano né mi
sentivano. Mi percepivano. Le vidi, delicatamente sparse, distanti
fra loro. Mi avvicinai in silenzio per sorprenderle all’improvviso
come se in quel modo si fossero presentate diversamente.
Finalmente
ero solo con le amate conchiglie, con estrema velocità cercai
di ricomporre il mucchietto.
Il
mucchio era notevolmente aumentato, in quei giorni forse le grosse
avevano partorito le piccole o i pescatori, dopo che me ne ero andato,
avevano usato ancora altri molluschi per la cattura di nuovi pesci?
Preferii
pensare che la prima ipotesi formulata fosse quella vera e a distanza
di anni mi sono convinto: a pensarci bene le conchiglie debbono
avere degli strani poteri.
Simulacri
di vita, testimonianze di remoti passati, sono seducenti e forse
un po’ spaventose. Evocano diversi significati come fossero
inserite per scherzo nel mare dell’esistenza, della sensualità
e della nascita. Emanano uno strano influsso che si tramuta in desiderio
di saperne di più, di conoscere quanti e quali forme e dimensioni
possono assumere, quali strutture e colori ci permetteranno di chiamarle
per nome.
Nonostante
fossi partito con la precisa intenzione di raccoglierle, avevo dimenticato
il contenitore; niente male, la maglietta bianca a maniche lunghe
faceva proprio al caso mio.
Non
ne lasciai neanche una, ormai erano morte, per me più vive
di prima.
Dopo
tutti questi anni le conservo ancora in un vaso di cotto mescolate
a della sabbia, ogni tanto mi sembra che si muovano; forse in quel
mucchietto i pescatori avevano dimenticato qualche mollusco?
Le
conchiglie sanno che sono stato e sono loro amico. Lo sono stato
fin da bambino: non sapevo ancora leggere, e già le guardavo,
le osservavo, le conservavo come simboli magici. Ammiravo i loro
colori, mi soffermavo a cercare le piccole nervature sottili, cercavo
di imparare i loro nomi scientifici prima ancora di comprenderne
il vero significato. Non ci sono mai riuscito.
Ho
scritto questa breve premessa non tanto per indicare che la passione
per le conchiglie risale a ventiquattro anni fa, in realtà
è molto più antica, non databile, credo di averle
amate ancor prima di nascere; ma per ricordare che dal 1980 ho imparato
ad apprezzare, vivere e “comunicare” con un altro mondo
sommerso, l’arte incisoria e la poesia.
E
proprio attraverso questa combinazione, come se fossero simboli
matematici, di due diversi pianeti: l’amore per le conchiglie
e la passione per la grafica e poesia che è nata questa,
spero, interessante collana.
In
tutti questi anni ho raccolto: spunti, immagini, foto, appunti con
l’intenzione che un giorno mi sarebbero serviti ed invece
posso ancora conservarli nel cassetto ritenendo che tutto il materiale
raccolto non solletichi minimamente l’immaginazione e non
crei nessun stimolo per nuove pubblicazioni.
Era
necessario, invece, riconquistare la poesia attraverso il misterioso
elemento “conchiglia” con l’interpretazione significativa
e nuova di ogni artista che ha voluto partecipare a questa iniziativa.
Il
mio merito, se di merito si può parlare, si esaurisce qui.
L’aver immaginato la situazione nei minimi particolari ancora
prima che nascesse ed aver coinvolto, sempre aiutato e spronato
dagli stessi, un nutrito gruppo di artisti.
Tutto
il resto, come una dolce condanna, è imputabile solo ed esclusivamente
agli incisori e scrittori che hanno saputo offrirci delle pagine
di poesia, segno, colore e soprattutto ci hanno raccontato attraverso
la parola e l’immagine come è ancora possibile dare
libero sfogo all’immaginazione e misurarsi con la realtà.
Abituato
a conservare anche i ritagli di giornale spiegazzati, non gettai
il volumetto di Rina Sara Virgilito; ora il tempo, chirurgo abilissimo,
ha ricostruito, anche se parzialmente, le pagine semi distrutte:
in verticale nella biblioteca, allineato insieme ad altri volumi,
mantiene il profumo del sale marino e si apre a pagina tredici [….]:
“UN
MOLLE FIORE CHE SBUCA
DA
UNA PUNTUTA CONCHIGLIA;
E
SENTIERI S’APRONO E TRAMUTANO
COME
QUESTI LABILI, E CONDUCONO
-
DOVE CHISSÀ [….].
|